Emigranti? E’ pesante, stretta, inappropriata e, a guardare le loro vite, a sentirne i racconti, inopportuna questa definizione. Cucita addosso a quanti, negli ultimi anni, hanno lasciato il meridione d’Italia per lavorare, studiare, cercare una realizzazione nel nord-est, nord-ovest, centro-nord che sia. Neppure se gli aggiungi l’aggettivo “nuovi” la parola regge. Rimane una forzatura e loro, proprio perché non volevano più forzarsi ad aspettare che da un deserto indotto fiorisse qualcosa, hanno preso armi e bagagli, si dice così, no? Le valigie di cartone fanno ormai solo parte di un immaginario lontano e abusato. Nel 2001, dicono le statistiche, sono partiti quasi in 68 mila alla volta del settentrione. Sono poco più dell’anno precedente mentre le prime stime per l’anno che si sta chiudendo segnano un ulteriore incremento delle partenze: almeno di due-tremila unità. Siamo naturalmente lontani dai flussi migratori del dopoguerra. Stando alle cifre dell’Istat e dello Svimez, la regione che ha versato il più alto tributo di cervelli e braccia é stata la Sicilia con 21.500 unità. Seguono a ruota la Campania con 19 mila e la Puglia con 15.500. In Calabria é più elevato che altrove il rapporto tra saldo migratorio interno e popolazione. Abbruzzo e Molise sono, invece, le uniche regioni del Sud dove la differenza tra partenze e arrivi é stata a favore di questi ultimi, addirittura sopra la media stessa del nord-ovest. Il movimento interno dei meridionali é approdato in larga misura nel nord-est. Qui i numeri registrano un incremento di 3,15 nuovi residenti ogni mille abitanti. Ma chi sono questi nuovi italiani in cerca di un lavoro, di un futuro, di un progetto di vita? Nella fotografia dell’Istituto nazionale di statistica sei su dieci sono giovani tra i 20 anni e i 30 anni. Molti, si sa, hanno un livello d’istruzione medio-alto. Mille sono però i loro volti, le loro aspirazioni, i loro percorsi, i punti di partenza.
Da anni non si contano più gli studenti universitari in trasferta. Guardano agli atenei delle grandi città o a piccole eccellenze di medie realtà urbane. Cosa c’è sotto? Solo moda e basta o qualcos’altro?
A Valsinni, in provincia di Matera, Maria la mattina frequentava l’istituto agrario. Nel pomeriggio e nei fine settimana aiutava il padre nell’azienda agricola di famiglia, arava e dissodava i campi, seminava e raccoglieva i frutti, mungeva mucche, pecore e capre. Acquisito il diploma ha seguito il suo istinto di 18enne irrequiteta: l’Accademia di Brera di Milano. Mantenersi agli studi costa e perciò raccatta lavoretti a destra e a manca. Per un desiderio di libertà si é spostata. Glielo leggi negli occhi furbi e nel ciuffo ribelle dei suoi capelli biondi.
Una buona formazione, e il brand di una Università contano più di lasciare l’ancora dove é sempre stata, in un mare poco pescoso, è vero, ma almeno protetto dai frangiflutti familiari. Alla fine del percorso di studi in maniera quasi naturale, accompagnati dallo stesso contesto formativo, si confluisce nella reatà lavorativa dell’Università frequentata. Proprio qui sta il “valore aggiunto” secondo Vincenzo, siciliano di 25 anni, e secondo il padre Giovanni, impiegato di banca che ha incoraggiato il figlio a lasciare “la provincia asfittica per avere opportunità, per aprirsi al mondo”. Se il figlio lavorerà e metterà famiglia altrove non é certo un dramma. “Fortunatamente i mezzi di trasporto e di comunicazione – dice il signor Giovanni – hanno accorciato le distanze. In paese la crescita di mio figlio sarebbe stata compressa”. Così “non poteva andare diversamente” per Fabrizio, 33 anni di Oristano, cioé rimanere in zona per il lavoro dopo il percorso universitario lontano da casa. “Ho scelto l’Università di Pavia e non avrebbe avuto molto senso tornare nella mia regione se volevo mettere a frutto le conoscenze acquisite e raggiungere gli obiettivi che mi ero prefissato. Non è questo il momento di pensare al ritorno”.
Danilo a Lamezia Terme ha l’azienda di papà che produce distillati e liquori ma ha preferito studiare allo Iulm, e chissà che, come dice suo padre, “un giorno non tornerà utile anche alla nostra azienda. L’importante è che abbia più opportunità per scegliere cosa vuole fare nella vita”. E il sud queste cose non te le da. La minestra è poca, anche riscaldata, e bisogna farla bastare.
Per questi giovani “mescolarsi” con la nuova realtà é stato ora un gioco, ora una sfida, ora un’evoluzione normale. Già vivono la sofferenza dello sdradicamento quelli che l’ultimo treno della formazione chiamato master lo hanno preso al volo per dare una svolta alla propria vita di neolaureati in quel meridione dove di parole come mercato, sviluppo e occupazione si vede solo il fumo. L’arrosto non si sa se l’hanno mai messo sulla graticola i grand-commis della politica sudica-assitenzialista.
Ma riecco i nostri: “Ormai – racconta Enzo, 28 anni di l’Aquila – ci avevo perso le speranze. Con una laurea in Scienze politiche il mio destino era segnato: fare qualche concorso o ripiegare sull’insegnamento a scuola. L’opportunità di un master a Firenze ha cambiato le carte in tavola. Ho riacciuffato il mio sogno di lavorare nel sociale, di pensarlo, progettarlo e realizzarlo”. Quelli come lui all’inizio si “muovono” per fare un master, un corso di specializzazione, poi fanno uno stage e senza accorgersene, senza averlo nemmeno programmato, si ritrovano “emigranti”. Uno che cambia città per lavoro deve affrontare un impatto non facile con il luogo di arrivo. Sembra di stare nel mezzo di una lotta titanica: da un lato un cambiamento di vita, di prospettiva, una ridefinizione della propria identità; dall’altro la casa da cercare che non si trova e che quando si trova é solo una fuggevole e precaria sistemazione di fortuna presso amici, conoscenti, parenti, oppure costa un occhio della testa, o é una bettola e magari anche in culo al mondo, in una periferia sperduta della città che ti devi alzare quando canta il gallo per arrivare puntuale al lavoro.
“Certo tutto – dice Luigi pugliese 27enne da un anno e mezzo a Milano – é incluso nel prezzo della scelta che si fa, ma quando si annaspa e non puoi fare granchè… Non trovando casa per due mesi, ho vissuto in un pensionato di frati pagando la bellezza di un milione e cento per una stanza e basta. Tre quarti del mio stipendio iniziale se ne andava così. Se ci aggiungi le altre spese necessarie dovevo sistematicamente battere cassa ai miei. Insomma fa parte dell’investimento. Giù a Gallipoli o anche in una grande città della mia regione non avrei avuto le stesse possibilità. La strada del resto l’avevo aperta con la decisione di fare l’Università a Roma”.
Si parte all’inseguimento di un sogno o si va anche dietro chi questo sogno lo insegue. Si inseguono gli inseguitori. Ciascuno con il suo bagaglio formativo, la sua laurea già bella e incorniata, con alle spalle i suoi tentativi a volte cocciuti e spesso inutili di restare nella propria terra “per dare un contributo alla sua crescita” – dice Francesca 31 anni, psicologa, partita da Palermo per stare accanto al marito e che adesso si trova alle prese con la difficoltà di trovare dopo otto mesi un lavoro nella Milano delle opportunità lavorative, che una fase di stallo sta pure conoscendo da questo punto di vista. La crisi é generalizzata, diciamo globale per essere a la mode. “Mio marito non voleva fare la parte di chi scappa dalla sua città, lavorava tanto, non aveva nessun contratto, lo pagavano da fame e senza tutele o garanzie di alcun tipo. Alla fine anche i più testardi si stancano. Così siamo finiti a Milano”.
Flaviana già a Bari si occupava di relazioni pubbliche ma spiega :”volevo qualificare la mia esperienza professionale. Sentivo l’esigenza di confrontarmi con realtà di più ampio respiro, di livello internazionale”. Ha 29 anni, di strada ne ha già fatta e volentieri farebbe quella del ritorno: “un esperienza di molti anni a Milano nel settore della comunicazione può essere messa a frutto anche a Bari, contribuendo magari alla nascita e allo sviluppo di nuovi settori”.
Il posto dove si trova adesso? “Professionalmente é il top”, il “punto di svolta” ma “ideale solo se si decide di votare la propria vita al lavoro e alla carriera mettendo solo in secondo piano la vita personale”.
Dall’agosto ’99 il webmaster palermitano Salvatore è sbarcato anche lui nel capoluogo lombardo: “l’isola é … isolata. In quel periodo – racconta – c’era il sogno di una specie di mondo nuovo, un profumo inebriante di cambiamenti, scambio culturale, crescita. Milano era la città che incarnava questo fermento e poi troppe cose, mi facevano sentire staccato, indietro”. Se deve dire come si trova adesso nel luogo dove abita per lavoro il 31enne Salvatore ha pochi dubbi sul fatto che “la città in sè non è nemmeno paragonabile a Palermo” ma una cosa lo ha “colpito” a livello lavorativo: “fin da subito vieni considerato per quello che sei, per quello che vali, magari qualcuno può guardarti con diffidenza all’inizio ma poi il valore delle persone viene riconosciuto. Tornare? “Certo che sì anche se ogni volta che vado in Sicilia per le vacanze mi sembra di avere un motivo in meno. Per il buon retiro non avrei dubbi, per il lavoro… è difficile…”. Antonio classe ’64 dopo il un esperienza di formazione e lavoro nel campo della pubblicità a Firenze e Milano è tornato nella sua Palermo per mettere su un’impresa di comunicazione. Sintetizza in questi termini la sua scelta: “Anche se da noi si dice che una noce nel sacco non fa rumore, io volevo provarci a portare cose nuove quaggiù e qualche soddisfazione me la sono presa”. L’ingegnere Giacomo mentre concludeva la sua tesi aveva già bene in mente cosa fare: “andare via dal paese”. Lasciarsi alle spalle un mondo di assistenza come l’ex art. 23 (lavori socialmente utili in salsa siciliana), una specie di parcheggio per migliaia di giovani isolani a cui la regione regala, come vuoti a perdere, una parvenza di stipendio e spesso anche la morte celebrale. Lui voleva dire “no” a tutto questo anche sobbarcandosi qualche difficoltà al principio.
Da Napoli a Milano, dopo il master è stata “una scelta obbligata” lo stage in un’azienda del Nord per Antonella che dice “eccomi ancora qua” e tuttavia spera che “il giorno del rientro non sia troppo lontano”. “Lì c’è la mia famiglia, qualche amico storico, c’è il mare, il calore, il colore, il rumore… e tutti quei luoghi comuni belli e brutti che però fanno parte del mio dna e che mi fanno sentire viva e a casa”.
Natale, 33 anni da Massafra, lavora a Roma dopo una parentesi milanese. Adesso fa il responsabile marketing: “giù ero un laureato disoccupato come tanti. Ora sto meglio. In fondo è una transizione dolorosa ma allo stesso tempo una sfida affascinante e necessaria, per crescere professionalmente e umanamente”.
“Il desiderio di vedere cosa succedeva lì fuori” – ha spinto Fabrizio partito verso Bologna. La voglia di confrontarmi con me stesso, con altre persone, altri modi di vivere, di lavorare, di divertirsi. La volontà di crescere umanamente e professionalmente, di fare quello che avevo sempre desiderato: il consulente di Marketing”. Bologna per lui è anche meglio della sua Bari: “è difficile trovarsi peggio che in altre città. Forse è banale ma è davvero una città a misura d’uomo, e se oggi sono ancora qui, un po’ lo devo a lei… Pensa riesco ad andare a piedi a lavoro, e la macchina è un optional di quando piove, o quando si va sui colli. A volte, però, il desiderio di casa, dei vecchi amici…”
Pietro, calabro-napoletano, a volte crede che tornerà, a volte no: “Forse finirò per sentirmi a mio agio solo in treno, all’aeroporto, sull’autostrada. Eppoi “odio in modo particolare le “feste comandate” quando ti trovi in autostrada con le macchine degli emigranti che vengono da ogni parte dell’Europa. Li vedi, ti ricordi dello sguardo triste ed annoiato che avevano quando venivano d’estate al paese e ti chiedi se non stai anche tu, diventando come loro”.
Quest’esercito di specializzati, di grandi alfabetizzati partendo cercano di realizzarsi, di esprimere un magma di idee e tensioni che gli scorre dentro, di crescere professionalmente. In testa non hanno certo il gruzzolo da mettere a parte, vorrebbero tornare ma capiscono che ancora è troppo presto per parlarne. Manca ancora (per scriverlo rubo le parole a Fabrizio) “un progetto in tasca, con qualcosa che possa germogliare sotto il sole caldo, vicino al mare”.
I nuovi emigranti trovano sicuramente situazioni migliori da quelle di origine ma “non credete che siano tutte rose e fiori – dice Francesca la psicologa ormai prossima psicoterapeuta. Quando posso anch’io faccio dei lavoretti come hostess o call center. Sono delle collaborazioni pagate a sei euro l’ora lorde. Mio marito stesso lavora da due anni in un’azienda di servizi e non é assunto. Ha un contratto di collaborazione coordinata e continuata, i cosiddetti Co.co.co. Ha gli orari e i doveri di un dipendente ma non i vantaggi: contributi, tredicesima e quattordicesima, ferie pagate, TFR, ecc.” Nell’era della flessibilità sbandierata come grimaldello per agevolare l’occupazione molte aziende del nord opulento fanno ricorso a questi tipi di contratto meno onerosi per le loro casse e vincolanti per i loro gusti. Licenziare non pine scrupoli.
Scandagliando questi flussi t’imbatti anche in una schiera di “forzati”: quelli che al nord hanno trovato un sospiratissimo e tranquillizzante posto pubblico. Avercene giù di questa merce preziosa. Molti spesso contano le giornate come stessero facendo il militare. Non aspettano altro che quel dannato trasferimento e poi magari una volta rientrati penseranno ma non si stava meglio prima? Era un’alba fatua quella che aspettavano?
Piero e Maria Rita fanno da due anni e mezzo i vigili urbani a Milano e hanno messo su famiglia: “adesso – dicono – pare che una legge abbia accorciato i tempi di trasferimento. Speriamo che questi anni passino in fretta”.
Marilena da Marsala a Milano, Elio ed Elisa da Partinico a Verona insegnano a scuola, sono quei maestri, quei professori verso i quali “qualcuno quassù continua ad avere fastidio, diffidenza e più o meno velati atteggiamenti discriminatori”.
Luigi è un geometra siciliano. Ha accettato un contratto da otto mesi al comune di Milano. Spera in un rinnovo. La net economy boccheggia eppure ne arrivano ancora: analisti, sistemisti, operatori, consulenti informatici.
Sembrano, invece, quasi ricalcare consolidate dinamiche migratorie le giovani braccia prestate all’edilizia e in misura minore all’industria. Quelli di un paese si concentrano in uno stesso posto. Cercano di riprodurre in un luogo circoscritto gli insediamenti orginari per mantenere finchè é possibile i medesimi circuiti amicali, la rete parentale e sostanzialmente le stesse abitudini culturali del luogo di origine. Per molta di questa gente integrarsi nella nuova realtà è difficile, ma non è il primo dei problemi specie perchè devono starci solo per qualche anno. Si perché adesso si parte deliberatamente per raggiungere un obiettivo quasi esclusivamente economico e si fa ritorno alla base. Una macchina di lusso da comprare, la casa da costruirsi in vista del matrimonio. Muratori, carpentieri, manovali, operai specializzati. Tante le mete gettonate: da Iglesias a Modena, Vicenza, Belluno, dalla Sicilia in provincia di Bologna, in Toscana. Giornate di lavoro in cantiere da 12-14 ore per potare a casa più di 100 euro al giorno. Questi non hanno da pensare, sudano ancora fatiche. Ma fortunatamente non è più come un tempo, neppure per loro.












