In cinque sono stati licenziati, altri sono stati trasferiti d’ufficio, demansionati o “invitati” al pensionamento anticipato. Avrebbero approfittato della loro posizione di vantaggio di dipendenti Tim, Vodafone, e Wind accaparrandosi direttamente o tramite amici, parenti e prestanome gli affitti di siti dove installare le antenne per cellulari. Un affare da milioni di euro. Al giochetto di “antennopoli” partecipavano solo pochissimi eletti e la Sicilia anche stavolta faceva scuola. Nelle sedi palermitane delle aziende di telefonia mobile se ne parla e se n’è parlato tanto ma sottovoce, i sindacati confermano e qualcosa aggiungono, le aziende preferiscono se ne sappia meno di niente. Il gioco, in auge specie negli anni ’90, si è rotto o forse è stato solo momentaneamente sospeso. “Quali siano le consistenze del fenomeno – dice Marcello Cardella, segretario regionale Cgil del comparto Tlc – non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai con esattezza”.
Nell’isola alla Vodafone e alla TIM c’è chi si sarebbe “accaparrato” 4, 5 se non addirittura 30 siti. Tradotto in soldoni 30 siti, pagati mediamente intorno ai 17.500 euro annuali, equivalgono a un vitalizio da 500 mila euro l’anno. Alla Vodafone cinque protagonisti di questa cuccagna hanno ricevuto il ben servito come conferma Marcello Cardella. Alla Tim hanno preferito fare meno “scruscio”. Invece che licenziare, il campione dei 30 o forse più siti, ad esempio lo hanno “accompagnato” al pensionamento anticipato. Ci sono stati anche trasferimenti, demansionamenti, sospensioni dal servizio, “provvedimenti molto severi” li definisce Fausto Zaconia, segretario regionale di categoria della Cisl che tira dentro anche la Wind. “E’ in corso – spiega – una discussione con le tre aziende telefoniche dell’isola sulle modalità di assegnazione dei lavori in outsourcing a cominciare dalle installazioni delle antenne. Quello che è sfuggito ai controlli è la fase del subappalto”. Zaconia fa anche una riflessione che porta in sè un interrogativo-denuncia: “come mai – dice – è stato consentito un simile proliferare di antenne. Non ci sono solo le aziende di telefonia ma i comuni e gli enti che devono rilasciare le autorizzazioni di legge”.
Con l’aiuto di una gola profonda abbiamo cercato di ricostruire come veniva organizzato il business, che solo in Sicilia vale circa 45 milioni di euro, prendendo in considerazione circa 2.500 siti con 3.000 impianti installati. Gli affitti sono pagati da un minimo di 10-15 mila euro l’anno a un massimo di 25 mila euro l’anno con un contratto di almeno 10-15 anni. Le antenne censite in Italia sarebbero quasi 42 mila antenne e poco più di 30 mila i siti distribuiti nelle 20 regioni italiane. Un impianto ogni 1.300 abitanti, la più alta densità d’Europa.
Per coprire in maniera sempre più capillare il territorio ci vogliono tante antenne, le cosiddette stazioni radio base (SRB). Servono a far propagare il segnale e a far funzionare dovunque i nostri cellulari. Per installarle ci vogliono tanti tetti, terrazzi o terreni su cui collocare fisicamente gli impianti. L’antenna deve stare in luoghi che consentono di irradiare il segnale su un’area più ampia possibile senza ostacoli o interferenze. Si parte da una mappatura del territorio per individuare la dislocazione migliore dell’impianto e si prosegue con le rilevazioni sul campo. Quindi si appaltano i lavori di installazione a grandi società specializzate come Sirti o Ericsson. Entra allora in gioco il subappalto a società locali più piccole. E qui comincia l’inghippo a cui non si fa mancare una bella patina di “formale legalità”. Il protagonista solitamente è proprio l’impiegato, il funzionario che si relaziona con le ditte a cui è stato affidato l’appalto delle installazioni. A questo punto la prassi normale prevederebbe la formulazione di una proposta ai proprietari di immobili o terreni nella zona individuata come la più idonea. S’innescano, invece, due tipi di dinamiche possibili: il furbetto (dipendente della società di telefonia, parente, amico, prestanome) titolare della società subappaltatrice va a comprare il terreno designato, o propone direttamente il tetto/terrazzo/terreno (suo, dell’amico, del parente, del prestanome), poco importa se è idoneo o meno.
Così non deve stupire se circa quattro anni fa, con buona pace degli enti preposti al controllo e alle autorizzazioni, spuntò dall’oggi al domani una stazione radio base sul tetto dello storico teatro Politeama. Svettava fiera nel cuore di Palermo.









