Di leggende metropolitane è pieno il mondo ma quando si parla di carte di pagamento clonate e furti d’identità, cioè di soldi, è sempre bene prestarci un pò di attenzione e non liquidarle troppo alla leggera certe storie. C’è gente che rovista nella nostra spazzatura, nella nostra cassetta delle lettere, che copia i nostri dati personali e bancari mentre paghiamo con bancomat o carta di credito al supermercato e al ristorante. L’obiettivo è sempre quello di combinare guai a vostra insaputa ovviamente e soprattutto a vostro nome per conto loro. Il campionario è sterminato quanto spietato. In Inghilterra un’organizzazione gestiva un racket delle lapidi nei cimiteri, s’impossessava delle generalità di bambini nati e subito morti per poi rivenderle al miglior offerente: immigrati clandestini o criminali in cerca di un’esistenza “legale” nuova o semplicemente per compiere frodi finanziare. A Long Island (New York) un impiegato del numero verde di una piccola compagnia che produce software per fornire a banche e istituti di prestito l’accesso ai database che valutano la solvibilità di potenziali clienti, ha pensato bene di rubare e poi rivendere a 60 dollari l’una le password di accesso ai dati personali di ben 30 mila persone. Molte di queste si sono ritrovate con conti correnti dimagriti, con decine di carte di credito a carico o con l’accusa di aver fatto incidenti con una macchina noleggiata a loro nome in tutt’altra parte della nazione. Succede all’Estero potremmo dire per consolarci. E in Italia? Pochi margini di consolazione sapendo che alcuni tassisti milanesi sono stati denunciati perchè utilizzavano i dati delle carte dei propri clienti, carpiti durante il pagamento, per acquistare poi computer, tv, schermi al plasma. Gli ultimi ritrovati della tecnica poi consentono di utilizzare l’innocente bluetooth dei telefonini per ricevere i dati trasmessi dal Pos clonato nel negozio. Numeri, dati, codici e soldi che scorazzano pericolosamente per l’etere. C’è, invece, chi aveva costituito, sotto falso nome, due società per gestire attività commerciali in varie regioni d’Italia e dai Pos recuperava i dati delle carte di pagamento dei propri clienti, per poi utilizzarli in prelievi di contante e acquisti. Il denaro ricavato illegalmente veniva versato quindi nel conto corrente di una terza società con base a Milano. Giri e raggiri. Gira e rigira si finisce nella spazzatura. A Schio, in provincia di Vicenza, è stato realizzato un progetto pilota per monitorare la “monnezza” di famiglie, aziende ed enti pubblici. Confermata l’ipotesi di partenza: da lì si possono recuperare tante informazioni utili ai criminali per commettere furti d’identità e frodi finanziarie.
Insomma non c’è proprio da stare tranquilli. Questo fenomeno criminal-tecnologico è molto più conosciuto e sviluppato in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, dove il pagamento a debito sappiamo che disastri sta provocando. In Italia continuano a ripeterci che ancora siamo poco indebitati rispetto ai Paesi anglosassoni e non solo. In realtà in Italia se togliamo i consumi alimentari e altri che non si possono per legge pagare a rate abbiamo già abbondantemente superato la soglia di preoccupazione. Tanto è vero che anche da noi le cose si stanno mettendo male. A differenza dei Paesi anglosassoni non esistono in Italia statistiche ufficiali specifiche o enti che si occupano del fenomeno, così in assenza di elementi di valutazione non si prendono le contromisure necessarie. In realtà il 17 agosto 2005 il parlamento ha approvato la legge n. 166 che prevede “l’istituzione di un sistema di prevenzione delle frodi sulle carte di pagamento” a seguito della quale è stato creato presso la direzione generale del Ministero delle Finanze un “Ufficio centrale antifrode dei mezzi di pagamento”. Per avere i primi dati di tempo ne passerà ancora. Se va bene a fine 2007- inizio 2008 si partorirà un quadro della situazione di partenza piuttosto parziale. Siamo ancora ai preliminari: regolamenti, circolari attuative, calma e gesso.
Per capire i termini della questione nel 2004, un passaggio della relazione annuale della Banca D’Italia, parla genericamente di un’incidenza delle frodi con carte di pagamento pari allo 0,1% del totale delle transazioni effettuate, cioè circa 36 milioni di euro. A livello europeo la Commissione UE fa una stima di queste le frodi attorno al miliardo di euro l’anno.
La società americana Gartner ha registrato che nel 2005 l’uso dei dati personali altrui utilizzati per commettere frodi economiche è balzato dell’80% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In pratica, più di 3 americani su 100 sono caduti in questa trappola. Gli esperti aggiungono un’ulteriore elemento di preoccupazione: “oltre la metà degli incidenti sono dovuti all’attività di amici, colleghi e parenti”. Secondo le stime USA sarebbero 685 mila i casi di frode registrati nel 2005 che avrebbero prodotto danni per 680 milioni di dollari. Di questi il 37% sarebbero costituto proprio da furti d’identità (circa 206 milioni di dollari). Nel Regno Unito dal 1999 al 2005 le denunce per furto d’identità sono aumentate del 700%: da 20 mila a 144 mila.
Qualche segnale positivo c’è. L’APACS (Associazione britannica delle società che offrono strumenti di pagamento) a fine 2005 ha registrato, per la prima volta dal 1995, un’inversione di tendenza grazie all’introduzione del chip nelle carte di credito: le frodi si sono ridotte del 13% rispetto all’anno precedente. Ma come la tecnologia migliora in fretta i livelli di sicurezza con altrettanta velocità i criminali scovano stratagemmi per violare i sistemi di pagamento.
Analizzando le dinamiche italiane durante lo scorso anno, Lazio, Emilia-Romagna, Lombardia e Toscana sono state le regioni italiane più colpite da frodi e clonazioni delle carte di pagamento. Roma, Milano, Reggio-Emilia e Firenze le città (e province) più bersagliate. Sono più a rischio negozi di telefonia ed elettronica di consumo (dove è più facile la ricettazione dei prodotti) e, di seguito, sportelli bancomat, negozi di abbigliamento, distributori di carburanti, supermercati. I “maghi” della clonazione sono i cittadini dell’est. Più di quattro volte su dieci sono rumeni. Tre su dieci sono italiani e di questi una parte sono gli stessi titolari o commessi dei negozi a clonare le carte degli ignari clienti.
Un investigatore della Polizia Postale prova a dare una spiegazione di questi dati: “La Romania è uno dei Paesi a maggior rischio clonazione assieme a Francia, Spagna e Bulgaria. Un’expertise dei rumeni sui congegni elettronici è agevolata dal sistema del credito con le carte di pagamento che presenta ancora grossi limiti di vulnerabilità in quei Paesi. L’esperienza viene poi esportata altrove”. Ma c’è che si spinge oltre. Scotland Yard sostiene che dietro questo giro ci sarebbero ex ufficiali dei servizi segreti di Ceausescu, che da un po’ di anni a questa parte avrebbero messo a disposizione della criminalità balcanica il loro know how tecnologico.
Di fronte a queste truffe che si evolvono in tempi rapidissimi il vocabolario del consumatore deve aggiornarsi di pari passo e parole come phishing, trashing, skimming e boxing entrano a forza nel lessico quotidiano. Con il phishing i truffatori cercano di ottenere i dati sensibili di una persona, ad esempio inviando mail ‘camuffate’ come se provenissero direttamente dalla propria banca. Ma un’istituto di credito non chiederà mai via e-mail ai propri clienti dati sensibili e riservati. Lo skimmer, installato sui pos dei negozi è un dispositivo, che copia i dati della banda magnetica (da qui skimming) e li invia magari a un cellulare che si trova a migliaia di chilometri di distanza. Spesso succede che nei supermercati ci siano strane incursioni notturne proprio per installare i copiatori di codici (skimmer) sui Pos.
Ci sono, infine il trashing e il boxing, che hanno caratteristiche simili. Nel primo caso si cercano nella spazzatura gli scontrini delle ricevute di prelievi bancomat, pagamenti fatti con carte di pagamento o estratti conto bancari, dai quali si “rubano” gli estremi necessari per fare acquisti su internet e non solo. Nel caso del boxing la stessa ricerca si fa nella cassetta personale delle lettere.
Alcuni operatori del settore finanziario hanno voluto capire cosa viene effettivamente fuori dal “ravanare” nella spazzatura incaricando il Centro ricerche e studi su sicurezza e criminalità (RISSC) di mettere in piedi il progetto “ID Trash”.
Uno scavare meticoloso tra i rifiuti “secchi” e i sacchi della carta di 954 famiglie e di 172 fra aziende, studi privati, enti pubblici nel Comune di Schio. I risultati? Tutt’altro che rassicuranti. In ogni sacchetto domestico sono stati trovati mediamente 2,29 documenti con informazioni sensibili che salgono a 12,8 per l’utenza commerciale. L’85% delle informazioni raccolte proviene da documenti integri o al massimo strappati in due parti e si trovano specialmente nella carta da riciclo. Le informazioni riguardavano soprattutto dati personali (30%), assicurazioni (30%), conti correnti bancari (10%) ma anche pin e ricevute di acquisto di bancomat e carte di credito (3%). Tutto questo significa che un malintenzionato con una mole simile di informazioni a disposizione può tranquillamente accendere un prestito a nostra insaputa, attivare una carta di credito, un conto corrente, aprire un’utenza telefonica, idrica o elettrica. Allora consigli e precauzioni non sono mai abbastanza. Al ristorante per pagare con la carta di credito non preoccupatevi di passare per diffidenti o scortesi. Alzatevi dal tavolo e andate alla cassa tenendo sempre d’occhio la carta. O ancora strappate in mille pezzettini estratti conto bancari, ricevute di pagamenti con bancomat o carte di credito e buttateli magari in più d’un cestino, non fate acquisti su internet da computer non vostri dove potreste lasciare ad altri tracce di codici segreti e password e che Dio ve la mandi buona.













