Che sia spirito goliardico, business vero, lampo di marketing, leva pubblicitaria mossa da una qualche voglia sensazionalistica, più raramente utilizzo inconsapevole, il “buon nome” di Cosa Nostra e della mafia viene “abusato” in ogni parte del mondo per fare soldi o per passatempo. E’ uno specchio deformante di un’Italia e di una Sicilia che funziona a pizza, spaghetti, mandolino e mafia naturalmente. Quest’armamentario di luoghi comuni rivela chiare correlazioni e rimandi di significati tra i nomi di Cosa nostra e/o mafia e l’ambito gastronomico (i nomi dei locali dove si fanno pizza e spaghetti) e l’intrattenimento musicale (il mandolino, lo strumento e i gruppi musicali che s’ispirano a questi nomi). La lista delle bizzarrie più o meno inconsapevoli è lunghissima e fiorisce nei luoghi e nei contesti che meno ti aspetti. Mentre nella lontana cittadina di Hamilton in Nuova Zelanda sorseggiano comodamente un drink seduti al De Mafia Cafè ascoltando la canzone “the thing is our” (“la cosa è nostra” appunto) in Giappone il trio rock dei Cosanostra interpreta le sue canzoni che si possono facilmente scaricare dalla rete (www.cosanostra.jp). Due uomini, uno più cicciotello e uno che esibisce un’ampia coppola, e una donna anche lei riparata sotto un cappellaccio a faglie. I locali e i gruppi musicali che hanno mutuato il loro nome dall’organizzazione criminale più conosciuta al mondo non si contano. Una neo formazione di quattro giovanotti in Ungheria (Cosa Nostra, shotgun boogie band) sul cui sito si sovrappongono in sequenza immagini di omicidi, arresti, volti di mafiosi. Nella Svizzera tedesca ci sono i Cosa Nostra-Rugger, una banda musicale di individui abbigliati in maniera strana, in Svezia un quartetto fondato nel 1990-1991 ha scelto il nome Cosa nostra perché era venuto in mente anni prima a uno dei componenti di nome Bonni. “Cosa Nostra Entertainment” è una casa di produzione di Detroit per la quale incidono rapper interpreti dell’hiphop, soprattutto neri americani. “Lealtà, onore e rispetto” sono le parole d’ordine di questa casa di produzione che ha sfornato nelle scorse settimane il film indipendente “17000 block”, storie di droga e morti violente nei quartieri difficili della città americana dove gli autori vogliono appunto sottolineare come si sia perso ogni valore di lealtà, onore e rispetto. Dalle parti di Los Angeles non sono andati oltre un’etichetta musicale (Cosa Nostra music). In un trasmigrare di sensi, l’udito lascia il campo alla vista. Delizia per gli occhi e le fantasie dei maschietti è l’avvenente modella californiana di origine italo-filippine Dina Maric che si fa chiamare mafia princess (principessa) ed espone il suo bel curriculum di servizi fotografici per riviste patinate varie. A dire il vero non è la sola a farsi chiamare così in giro per la rete.
Trasudano “mafiosità” decine di bar, pub, pizzerie, ristoranti in ogni parte del globo. I piatti proposti finiscono per essere imitazioni confuse e approssimate della gastronomia italiana. Nella Slovenia settentrionale a Ravne na Koroskem, comune di 13 mila abitanti, il pub-pizzeria “Cosa Nostra” offre ai suoi clienti la pizza “Lombardia”, “Veneto”, “Emilia”, “Campania” assieme a quelle dedicate a “Catania”, “Messina”, “Palermo” senza dimenticare, per carità di Dio, la “Cosa Nostra” cosparsa di pomodoro, mozzarella, prosciutto, salame, funghi, olive, peperoni, carciofi e origano. Una lupara al colesterolo insomma. E che dire dei “cannelloni del Padrino”? Neanche quelli scherzano.
Fortunati gli abitanti di Aalst in Belgio che al pub Cosa Nostra con un euro si godono una pils (birra). Il suo parfait di arance distingue un po’ il ristorante-pizzeria Cosa Nostra di Graz in Austria. Mafia e cultura si sa, sono agli antipodi ma tant’è giornalisti, artisti, intellettuali, bohemiennes sono i frequentatori più assidui dello storico Cosa Nostra Cafè di via Benjamin Constant, nella città argentina di Belém. Se inventassero un premio per riconoscere la quintessenza dell’immagine italica e sicula all’estero “Pizza-Mafia” avrebbe tantissime chances di vincere. Spopola in un remoto villaggio della regione di Kainuu in Finlandia (Suomussalmi) la pizzeria “Pizza-Mafia”. Stupisce meno di altri forse il “Pizza-Mafia” di Jeffersonville nello stato dell’Indiana, gestito da un emigrato siciliano mentre Salvatore Lauria dopo aver chiuso il suo ristorante in Sicilia ha aperto con un socio tedesco il sito “Pizza-Mafia” che prende le ordinazioni online e consegna pizze in diverse parti della Germania.
Sotto in nome de “Il Padrino” è un fiorire di ristoranti e pizzerie. Non stupisce trovarli a Messina, a Borgo Val di Taro, in provincia di Parma, a Perugia, Avezzano, in Svizzera a Crans Montana, Davos ma in Danimarca, in Turchia, in Honduras?
Il Padrino è anche una celebre catena di vendita ambulante di dolci tipici siciliani, le cui bancarelle si trovano spesso nelle fiere e nei mercati del nord Italia.
“Cosa-Nostra Sicily compact” e “modular” si chiama un’auto elettrica prodotta in Russia. Molti di più ci provano però con l’abbigliamento perfino all’interno degli stessi nostri confini nazionali. Due pugliesi e un milanese di origini napoletane hanno messo in piedi “cosanostra tipico style italiano”, un marchio di abbigliamento da strada (streetwear). Sulle loro magliette, felpe, cinture campeggiano scritte del tipo “don’t worry be piciotto” sopra il volto di Al Capone o “Baciamo le mani”. E per far circolare il nome del marchio i tre creativoni, tutti provenienti dall’ambiente pubblicitario, hanno organizzato in un noto locale milanese una festa con “prive by Cosa Nostra”, dove per entrare devi pronunciare la parola d’ordine e poi ti mettono il timbro “affiliato” sul dorso della mano.
Marco Ciccarese, 25 anni di Bari, uno dei soci dell’azienda è consapevole che “l’iniziativa possa creare stupore” ma spiega: “vogliamo combattere una grossa paura con l’ironia tipica degli italiani. Siamo conosciuti nel mondo per la pizza, il mandolino, gli spaghetti e la mafia. Per gli stranieri siamo tutti mafiosi e ci piace giocare con quest’aspetto”.
Paolo Rubin, 36 anni, di Rovigo, figlio di imprenditori del settore voleva “scuotere un mercato stanco” lanciando la sua costosa collezione “mafia wear”. Rubin, che ha sei negozi e un’agenzia di marketing e comunicazione, ha commissionato un sondaggio dal quale è risultato che “il 50% del campione gradiva il nome mafia wear trovandolo ironico e simpatico, un modo per “ridere di un ‘peccato’ che per decenni ha rappresentato una delle nostre zone d’ombra”.
C’è solo l’eco fonetico del nome in “maphia” anch’esso abbigliamento da strada sul mercato dal settembre 1992 e rivolto a chi si esibisce e gioca appunto all’aperto con sketeboard, snowboard, canzoni rap, bombolette spray. Anche per la tedesca “Cosa Nostra Jeans-Fashion”, che ha sede a Saalfed in Turingia (Germania centrale) non si va oltre il nome.
Un capitolo denso di “furti” del “copyright” mafioso sono le comunità virtuali, i blog, i forum su internet, i siti web. Se ne rintracciano in Olanda, in Germania, in Giappone, in America Latina (un sedicente club di “anarcotrafficanti” con contenuti umoristici e filosofici), negli Usa dove uno di questi lancia l’invito: “lasciate le pistole e prendete i cannoli”, in Serbia dove un sito infarcito di notizie sul calcio e sull’Italia in genere vende prodotti con la scenografia lampeggiante di due frasi famose tratte dal Padrino, una è quella di Micheal Corleone: “Lucca gli ha fatto un’offerta che non può rifiutare”.
Sapevamo dei videogiochi, il “Mafia” per la playstation 2 tanto criticato e stigmatizzato eppure molto gettonato ma non dei “mafia wars” per cellulari e del Padrino, distribuito da Electronic Arts. Giocando bene le proprie “carte” si diventa il nuovo e potente Don di New York. I personaggi somigliano in ogni dettaglio, perfino nella voce, a quelli autentici della trilogia culto di Francis Ford Coppola. I giocatori sfruttano lealtà e terrore per guadagnare rispetto nella città e le decisioni prese nel corso del gioco avranno conseguenze decisive.
Non sapevamo nemmeno del “Cosa-nostra” skatepark, una pista da skateboard molto famosa e frequentata a Chelles in Francia. Aperta nel 1999, ha tra i fondatori un certo Matthieu Forafo.
E se scorrendo questa panoramica semi-seria, i colonnelli di Cosa Nostra, comodamente sdraiati sull’Isola di Mafia (di fronte la Tanzania), avvertissero fastidio e nocumento alla loro tintarella e dessero perciò mandato alla Cupola di tutelare i diritti d’autore e l’esclusività d’impresa usurpati all’organizzazione da tutta questa gente sparsa per il mondo? C’è da augurarsi che non chiedano risarcimento a modo loro.













