Le Elezioni regionali siciliane del 2027 si avvicinano e, puntualmente, riemerge il copione già visto: accuse reciproche, maggioranze fragili, tensioni tra governo e Aula. Il bersaglio è quasi sempre lo stesso: la “scarsa qualità” della rappresentanza dell’Assemblea Regionale Siciliana. Ma è davvero solo un problema di uomini e donne eletti? O il nodo è più profondo e riguarda l’architettura istituzionale?Non mi accodo alla liquidazione morale della classe politica. Giudicare senza contestualizzare è un esercizio sterile. Piuttosto, vale la pena interrogarsi su un dato strutturale: l’elezione diretta del Presidente della Regione ha garantito stabilità alle legislature, ma non ha automaticamente elevato la qualità del confronto politico. Stabilità non significa equilibrio; governabilità non equivale a rappresentatività.Con l’investitura popolare diretta, il Presidente tende fisiologicamente a percepirsi come titolare di un mandato autonomo rispetto al Parlamento. La legittimazione plebiscitaria, rafforzata dal premio di maggioranza, sposta il baricentro verso l’esecutivo. Gli assessori, nominati e spesso esterni all’Aula, rispondono più al Presidente che ai deputati. Il risultato è un’Assemblea che rischia di trasformarsi in camera di ratifica, oppure — all’opposto — in teatro di schermaglie tattiche quando la maggioranza scricchiola.È un paradosso della riforma: per evitare l’instabilità cronica della Prima Repubblica regionale si è concentrato il potere nell’esecutivo, ma così si è indebolito il ruolo di controllo e indirizzo politico dell’Aula. Il circuito della responsabilità si è accorciato: il Presidente dialoga direttamente con l’elettorato, saltando spesso la mediazione parlamentare. E quando il Parlamento prova a riappropriarsi del proprio spazio, lo scontro appare come capriccio o ostruzionismo.Da qui una proposta che a molti sembrerà controcorrente: riportare l’elezione del Presidente e della Giunta dentro l’Assemblea, come avveniva prima della riforma. Un Presidente eletto dai deputati sarebbe costretto a costruire, giorno per giorno, una maggioranza politica vera, non solo numerica. Gli assessori, scelti tra gli eletti, risponderebbero direttamente all’Aula. Il governo nascerebbe da un patto politico trasparente, non da un’investitura solitaria.Si obietterà che così si tornerebbe all’instabilità. È un rischio reale. Ma la democrazia parlamentare è per definizione un sistema di equilibri e contrappesi, non di scorciatoie decisionali. La qualità della legislazione e del dibattito può crescere solo se il Parlamento torna a essere il centro della vita politica regionale, non la sua periferia rumorosa.C’è poi un punto più scomodo: il rapporto tra elettori e vertice dell’esecutivo. Siamo certi che il voto diretto sul Presidente aumenti davvero la consapevolezza democratica? In un contesto di personalizzazione estrema della politica, il rischio è che la scelta si riduca a una competizione tra leader, mentre il lavoro legislativo — meno visibile ma decisivo — resta nell’ombra. Il cittadino fatica già a conoscere il proprio deputato; pretendere che valuti programmi complessi incarnati in una sola figura può trasformare il voto in un atto più emotivo che ponderato.Le regionali del 2027 potrebbero essere l’occasione per aprire un dibattito serio, non ideologico, sulla forma di governo della Sicilia. Non si tratta di nostalgia del passato, ma di una riflessione sul futuro: vogliamo una Regione governata da un capo forte con un Parlamento debole, o un sistema in cui l’esecutivo sia espressione autentica dell’Assemblea e quindi, indirettamente, del pluralismo dei territori?Ritornare a un modello parlamentare puro non è un salto nel buio, ma una scelta di coerenza democratica. La stabilità è un valore, ma non può essere l’unico. Senza qualità del confronto, senza centralità dell’Aula, la politica si riduce a rappresentazione. E allora sì, il Parlamento diventa un teatrino. Non per colpa degli attori, ma per un copione scritto male.
di Riccardo Compagnino, economista, esperto di finanza pubblica












