“Esistono magistrati di destra e di sinistra.”“Quella procura è schierata.”“Quel giudice è vicino a quel partito.”Sono frasi che rimbalzano ogni giorno nel dibattito pubblico italiano intensificate dalla campagna referendaria conclusa con la vittoria del No. Frasi diventate quasi normali.
Eppure contengono un veleno potentissimo: insinuano che la magistratura non sia un potere dello Stato, ma un campo di battaglia politico.La Costituzione parla chiaro: la magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Non è un dettaglio tecnico, è l’architrave della democrazia. Senza un giudice indipendente non esiste processo equo. Senza processo equo non esiste libertà.E invece abbiamo trasformato il dibattito sulla giustizia in una perenne telecronaca politica. Correnti interne, etichette ideologiche, presunte appartenenze. Il risultato? L’opinione pubblica non si chiede più se una sentenza sia giuridicamente fondata, ma se sia “di destra” o “di sinistra”. È un cortocircuito culturale devastante.Un magistrato non dovrebbe essere riconoscibile per le sue simpatie politiche. Non si dovrebbe sapere per chi vota. Non si dovrebbe sapere neppure per quale squadra di calcio tifa. Perché nel momento in cui l’imputato — o la vittima — percepisce che chi giudica potrebbe essere mosso da convinzioni ideologiche, il principio di imparzialità è già incrinato, anche solo nella percezione.E la giustizia vive anche di percezione.Quando un cittadino si trova sotto processo, dovrebbe preoccuparsi solo delle prove, delle norme, della correttezza del procedimento. Non dovrebbe sentire il bisogno di indagare sulle appartenenze, sulle correnti, sui retroscena. Se questo accade, significa che la fiducia si è incrinata.Certo, i magistrati sono cittadini. Hanno idee, convinzioni, opinioni. Nessuno chiede che siano esseri asettici o robot privi di pensiero. Ma c’è una differenza profonda tra avere idee e trasformarle in identità pubblica, riconoscibile, rivendicata. L’imparzialità non è solo un fatto sostanziale: è anche un dovere di sobrietà.La crisi della giustizia italiana non nasce soltanto da carenze strutturali, ritardi, organici insufficienti. Nasce anche da un logoramento culturale: l’idea che ogni decisione sia sospettabile di essere politica. Che ogni indagine sia un’arma. Che ogni sentenza sia una bandiera.In questo clima, nessuno vince. Non la politica, che si sente perseguitata. Non la magistratura, che perde credibilità. Non i cittadini, che smettono di credere nella neutralità delle istituzioni.La magistratura non è un partito. Non è un movimento. Non è un fronte. È un potere dello Stato che applica la legge “in nome del popolo italiano”. E proprio perché agisce in nome di tutti, non può apparire vicino a qualcuno.Se vogliamo uscire dalla crisi della giustizia, serve un cambio di paradigma: meno etichette, meno correnti vissute come fazioni, meno spettacolarizzazione delle inchieste e delle sentenze. Più rigore, più discrezione, più cultura istituzionale.La giustizia non è un’arena.Non è un talk show.Non è una curva che canta contro l’altra.È il luogo in cui lo Stato decide della libertà delle persone. E lì, il tifo deve restare fuori.
di Riccardo Compagnino, economista, esperto di finanza pubblica












