Anoressia, bulimia, depressione a vari stadi, crisi d’identità e stravolgimenti tali da cambiarle nei tratti del volto e del fisico. Eccole, sedute davanti allo psicoterapeuta, le figlie di mafia per le quali si compie la tragedia “edipica” in tempi televisivi di un padre arrestato, ammazzato, di una “scoperta” improvvisa quanto dirompente in un sistema familiare quale quello mafioso che appariva così rassicurante, granitico, troppo monolitico per essere reale.
Mogli, figli maschi, genitori, zii ma non ancora la psicologia e il ruolo delle figlie femmine nella famiglia mafiosa erano finiti sotto la lente degli studiosi che da dieci anni a Palermo, sotto la guida del professor Girolamo Lo Verso hanno avviato un filone di ricerche, apprezzato in Europa e negli Stati Uniti, sugli aspetti legati alla psiche dei mafiosi e sull’interpretazione profonda dei loro comportamenti. Ad aprire la strada una tesi di Francesca Abate che ha esaminato queste figure partendo dai racconti e dai test somministrati a tre figlie di mafiosi di un piccolo comune della provincia di Trapani.
Accantonati i possibili e facili pregiudizi si è materializzato l’universo sensibile di piccole donne che soffrono il crollo di una figura paterna creduta buona, imbattibile, in grado di proteggerle da tutto e da tutti. Il momento dell’arresto spesso coincide con la scoperta di una verità pesante al punto da essere rifiutata contro ogni evidenza. E’ il dramma del dover dire a se stesse che sono efferati assassini e allo stesso tempo del perdere la loro presenza, il loro fondamentale appoggio.
Assistendo a quest’evento L. non è riuscita ad aprire più bocca per sei mesi, M. è rimasta letteralmente impietrita davanti ai poliziotti che stavano portando il padre in carcere. Un’altra faccia spietata di Cosa Nostra. Nonostante le accuse dei giudici, le sentenze, le prove a carico dei padri, continuano ad averne un’immagine idealizzata.
- ricorda così quella brutta mattina: “Dormivo nel lettone con i miei genitori. Suonarono alle 5.30 del mattino. Era la polizia. Prima ci dissero che si trattava di una semplice perquisizione. Poi un poliziotto disse a mio padre: è il caso che si va a vestire c’è un mandato di arresto per lei”. E a quel punto tra le lacrime rievoca: “scoppiai a piangere e incominciai a tremare. Un agente mi è venuto incontro, si è seduto accanto a me sul letto per consolarmi, io gli dicevo ‘mio padre è il più buono del mondo’, lui rispondeva: ‘non ti preoccupare se è innocente presto verrà a casa”. Solo grazie a una psicoterapia L. ha ripreso a comunicare con gli altri dopo sei mesi.
Mentre ammanettavano il marito, la madre le chiamava ma M. e la sorella erano “rimaste bloccate, ferme, immobili, scioccate. Non avevamo capito quello che era successo”.
Per V. la scoperta è stata anche più traumatica. All’inizio era troppo piccola per capire e la detenzione del genitore le era stata tenuta nascosta. Aveva undici anni e un giorno le capitò di leggere gli atti processuali, lasciati dalla madre sul tavolo del soggiorno. Fu uno shock apprendere le gravi accuse rivolte dai magistrati al padre. Solo un primo tentennamento: “all’inizio l’ho pensato che le aveva fatte veramente, poi mi sono convinta che era impossibile. Non ce lo vedevo come persona”.
L’arresto o la morte di un genitore, di cui apprendono spesso dalla tv, rappresenta per queste ragazze il crollo di ogni punto di riferimento e certezza, una frantumazione dell’identità. Di fronte a una situazione del genere, al rischio di impazzire, di perdere al bussola queste figlie non vogliono, forse non possono vedere la realtà delle cose. Così capita in una famiglia mafiosa dell’agrigentino che l’arresto del padre provoca in due figlie forti disturbi alimentari mentre una terza s’è messa in testa che “deve prendere il posto di papà”.
Andare a trovare il padre in carcere è un altro momento difficile da sopportare ed elaborare per una ragazzina: “mi ricordo – dice L. – quando dovevo entrare e diventavo fortissima, tiravo un sospiro, entravo estavo per un’ora con il sorriso. Volevo apparire quello che non ero a casa… poi quando si chiudeva il portone e i detenuti uscivano, scoppiavo immancabilmente in lacrime”.
“Questi figli – afferma il professore Lo Verso – si trovano in bilico tra l’appartenenza e la dissociazione dal monolitismo mafioso. E’ arduo trovare lo spazio per un’identità propria, scegliere il cambiamento. Il risultato, a cui approdano sempre più frequentemente, è chiedere un aiuto psicologico. Siamo, dunque, in un mondo permeato da sofferenza, incertezza e confusione, in una parola: disagio psichico”.












