Abbiamo perso il significato del saluto al finestrino di un treno. Quel gesto semplice, quasi invisibile, che racchiudeva un mondo: una mano che si alza, uno sguardo che indugia un secondo di troppo, il tempo sufficiente per sentire il distacco e insieme la promessa del ritorno. Oggi i finestrini non si aprono più. I treni sono silenziosi, sigillati, lanciati a velocità che non concedono spazio né all’attesa né all’emozione. E noi, con loro, abbiamo imparato a correre.La velocità è diventata un valore in sé. Arrivare prima, consumare meno tempo, ridurre le distanze. Ma a forza di abbreviare, abbiamo tagliato via anche qualcosa di essenziale: la lentezza come esperienza, come occasione di conoscenza. I viaggi di una volta non erano solo spostamenti, erano attraversamenti. Del paesaggio, delle persone, di noi stessi. Dal finestrino si guardava il mondo cambiare gradualmente, si imparava la geografia dei campi, delle case, delle periferie. Si scambiavano parole con sconosciuti che per qualche ora diventavano compagni di strada.Oggi voliamo sopra tutto questo. L’aereo annulla lo spazio, il treno ad alta velocità lo rende astratto. Partiamo e arriviamo senza davvero passare. E nel frattempo ci chiudiamo: cuffie nelle orecchie, occhi sugli schermi, relazioni ridotte a messaggi rapidi, emoticon al posto dei saluti. Anche l’addio è diventato efficiente: un messaggio, un’icona, nessuna mano alzata.In quel saluto al finestrino c’era la solidarietà di chi resta e di chi va, il riconoscimento reciproco di un legame che la distanza metteva alla prova ma non spezzava. C’era l’umanità fragile del tempo che scorre, dell’attesa sul marciapiede, del treno che lentamente scompare. Era un rito laico, condiviso, che insegnava il valore della presenza.Non si tratta di rimpiangere il passato o rifiutare il progresso. Si tratta di chiederci cosa stiamo sacrificando sull’altare della velocità. Forse non possiamo riaprire i finestrini dei treni, ma possiamo riaprire spazi di lentezza nelle nostre vite. Tornare a guardarci, a salutarci davvero, a concederci il tempo dell’incontro e della separazione.Perché senza lentezza non c’è conoscenza. Senza attesa non c’è legame. E senza quei piccoli gesti umani, come un saluto al finestrino, rischiamo di arrivare ovunque senza sapere più chi siamo
di Riccardo Compagnino, economista, esperto di finanza pubblica













