L’annuncio che Block — la società fintech fondata da Jack Dorsey — abbia tagliato circa il 40% dell’organico puntando sull’intelligenza artificiale è uno di quei segnali che squarciano il velo dell’ipocrisia. Per anni abbiamo ascoltato una narrazione rassicurante: “l’AI non sostituirà i lavoratori, li affiancherà”; “si creeranno più posti di quanti se ne perderanno”; “è solo una trasformazione, non una distruzione”.
Ma quando i numeri diventano percentuali così nette, la retorica si incrina. E la domanda torna brutale: l’intelligenza artificiale sta creando occupazione o la sta comprimendo?
L’illusione della compensazione automatica
È vero che ogni rivoluzione tecnologica ha generato nuovi lavori. È successo con la macchina a vapore, con l’elettricità, con Internet. Ma la differenza oggi è la velocità e la natura dell’automazione. L’AI non sostituisce solo mansioni ripetitive: entra nelle professioni qualificate, nei servizi, nella programmazione, nella consulenza, nella creatività.
La promessa implicita era: “vi libereremo dai compiti noiosi”.
La realtà rischia di essere: “vi libereremo dal lavoro”.
Il punto non è demonizzare l’AI. Sarebbe miope e sterile. Il punto è riconoscere che il mercato, lasciato a se stesso, non garantisce una transizione equa. Se un’azienda può ridurre drasticamente il personale grazie all’automazione, lo farà. Non per cattiveria, ma per competitività. E quando lo farà la prima, le altre seguiranno.
Uno scenario possibile: meno lavoratori, più produttività
Immaginiamo uno scenario a dieci anni:
produttività in crescita esponenziale
margini aziendali più alti
organici ridotti del 20–40% in molti settori
polarizzazione tra iper-specialisti e lavoratori espulsi
Non è fantascienza. È una traiettoria plausibile.
Il rischio sistemico non è solo la disoccupazione, ma la contrazione della domanda. Se milioni di persone perdono reddito stabile, chi sosterrà l’economia? L’AI può produrre, ma non consuma. Senza salari diffusi, il sistema si indebolisce.
Se non vogliamo disoccupazione di massa, servono interventi immediati
Non bastano corsi di “reskilling” generici. Servono politiche strutturali e rapide.
Riduzione dell’orario di lavoro
Se la produttività aumenta grazie all’AI, il dividendo tecnologico deve tradursi in meno ore lavorate, non in meno lavoratori. Settimane da 32 ore a parità di salario potrebbero distribuire il lavoro disponibile.
Tassazione dell’automazione
Non una “tassa sui robot” ideologica, ma un sistema che redistribuisca parte del valore generato dall’automazione verso fondi per formazione e welfare. Se un algoritmo sostituisce cento persone, una quota del beneficio deve sostenere la collettività.
Reddito di base o reddito di transizione
Non come assistenzialismo permanente, ma come ammortizzatore strutturale in un’economia ad alta volatilità occupazionale.
Partecipazione dei lavoratori agli utili
Se l’AI aumenta i profitti, i lavoratori devono partecipare alla redistribuzione del valore. Non solo azionisti e top manager.
Nuovi settori ad alta intensità umana
Cura, educazione, ambiente, cultura, manutenzione del territorio: sono ambiti dove la tecnologia può supportare, ma non sostituire la dimensione umana. Servono investimenti pubblici massicci per assorbire forza lavoro.
La scelta politica che nessuno vuole fare
Il nodo non è tecnico, è politico. O accettiamo un futuro con meno lavoratori “necessari” e più esclusi, oppure decidiamo di ridisegnare il contratto sociale.L’errore sarebbe negare il problema. Dire che “l’AI creerà nuovi lavori” senza spiegare quali, quando, per chi e con quali competenze è una formula vuota. La transizione potrebbe durare anni, ma la perdita di posti può essere immediata.La vera domanda è: chi deve beneficiare del salto di produttività?Se la risposta è “solo il capitale”, allora sì, l’AI creerà disoccupazione.Se la risposta è “la società nel suo complesso”, allora l’AI può diventare uno strumento di liberazione dal lavoro e non di espulsione dal reddito.La tecnologia non è neutra. È una leva. Sta a noi decidere se usarla per comprimere il costo del lavoro o per ridistribuire il tempo e la ricchezza.L’ipocrisia verbale non basta più. Servono scelte. Subito
di Riccardo Compagnino, economista, esperto di finanza pubblica








