Se malauguratamente politici di centrodestra incappano più numerosi e con maggiore facilità in inchieste di mafia e capita pure che vengano condannati sarà solo colpa della giustizia e dell’antimafia politicizzata? Essere illuminati dallo spirito garantista forse non è sufficiente a fare chiarezza sull’argomento ma una ricerca scientifica condotta da un gruppo di psicologi potrebbe rivelare qualcosa di interessante indagando i comportamenti, le idee, le reazioni istintive, inconsce. Ed ecco che su quest’insidioso terreno si cimenterà, fra l’altro, una corposa ricerca intitolata “come pensa la mafia”, finanziata dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e che coinvolge sette gruppi di studio negli atenei di Palermo (4), Messina (1) e Padova (2). L’ispiratore del progetto è Girolamo Lo Verso, ordinario di psicologia clinica all’Università di Palermo, che negli anni novanta ha avviato un filone di studi sugli aspetti psico-sociali dell’universo di Cosa Nostra.
Per portare a termine questo lavoro biennale il Ministero ha messo a disposizione 221 mila euro, cifra a cui si aggiungerà un 30% approntato da nove comuni che hanno già aderito all’iniziativa (Marsala, Campobello di Mazara, Gibellina, Castelvetrano, Buseto Palizzolo, Petrosino e Mazara del Vallo in provincia di Trapani, Bagheria in provincia di Palermo e Ravanusa nell’agrigentino).
E’ facile chiedersi come può una questione dai forti risvolti politici che fluttua liberamente nella sfera delle opinioni essere ricondotta nell’alveo dell’oggettività e comunque di un certo rigore scientifico. Il punto di partenza sarà l’osservazione a Palermo di due gruppi di militanti appartenenti ai Democratici di Sinistra e a Forza Italia. L’unità di ricerca, coordinata dal professor Francesco Di Maria dell’Università di Palermo, vuole capire le differenze di percezione della mafia nei due gruppi politici: l’immagine che ne hanno, i valori collegati, il grado di pericolosità attribuita al fenomeno, le strategie d’intervento che ognuna delle due parti individua. Attraverso interviste e colloqui gli psicologi esamineranno la reazione emotiva del singolo soggetto all’argomento, il modo in cui “simbolizza gli eventi”, cioè se riesce o meno a controllare la “produzione verbale”, se usa “dinamiche difensive”, se resta “aderente” alle domande poste dallo psicologo. Insomma un’incertezza o un’inflessione particolare della voce, una gestualità che tradisce nervosismo, uno sguardo che sfugge non si possono mascherare con le parole anche perché a parole siamo tutti contro la mafia ma nei fatti …?
Et voila la “doppia morale” dei siciliani (ma non solo) più volte tirata in ballo da Giovanni Falcone: la mafia e le loro questioni sono cosa loro e non me ne importa più di tanto finché non mi tocca da vicino (lato a) ma se per caso potesse risultare utile alla mia causa personale che ci sarebbe di male a servirsene (lato b)?
Il gruppo di ricerca messinese, ha proprio l’obiettivo di verificare alcuni nodi sul comportamento socio-politico dei siciliani d’oggi. Il primo livello d’indagine seguirà l’evoluzione del lessico politico e dei media regionali sulla mafia, Un secondo livello, esaminando l’incidenza del “voto di scambio” di marca mafiosa e i provvedimenti legislativi e governativi assunti in questi anni dalla classe politica regionale, punta a definire la strategia del consenso attorno a Cosa Nostra.
“Lo studio, però – ci tiene a sottolineare il professore Lo Verso – ha una visuale più ampia. Intende analizzare “relazioni, autonomie e dipendenze nella mente degli uomini di Cosa Nostra” introducendo un approccio interdisciplinare. Gli obiettivi sono chiaramente “clinici ma con risvolti sociali in termini di comprensione approfondita del fenomeno mafioso”. Gli occhi saranno puntati dunque su pentiti, mogli, figli e parenti di mafiosi, sulle relazioni intrafamiliari e con la comunità, sulla sessualità, sull’integralismo mafioso paragonato a quello islamico.













