Il Covid che c’è ancora nelle assemblee societarie
L’assemblea precotta allontana i piccoli soci
Un piccolo azionista tenuto alla larga è un cliente in meno?
Ma i piccoli azionisti non sono anche dei clienti? Probabilmente sì almeno per le società che hanno prodotti o servizi destinati al grande pubblico. Perchè tenerli così lontani quando, se soddisfatti della loro scelta di investimento, potrebbero diventare i migliori promotori? Dei testimonial gratuiti, attivi nel passaparola che resta il più credibile strumento di comunicazione e di vendita. L’occasione annuale dell’assemblea societaria, una sola o due in caso di chiamata in straordinaria, potrebbe essere un collante per la vita societaria. Molte quotate con azionariato diffuso preferiscono allungare di buon grado le scelte obbligate dettate dalla pandemia quando l’incontro fisico tra i soci venne incanalato in partecipazione da remoto, vincolando le indicazioni di voto a un rappresentante designato.
Se sfuma l’incontro annuale l’attenzione dell’azionista si riduce all’andamento del titolo, a qualche evento riportato dai giornali mentre diventa inutile ogni sforzo di “preparazione a casa” per vivere costruttivamente l’appuntamento collettivo. Non è un momento di crescita della capacità di valutazione dell’investimento. Non viene incentivato un percorso di fedeltà. Anche il consiglio di amministrazione (e il management) perde l’occasione di incontro con tanti piccoli azionisti che offrirebbero punti di osservazione diversi dagli incontri con gli istituzionali. La recente proposta di riforma del Tuf (Testo unico della Finanza), per la parte che tocca la partecipazione societaria, sembra molto lontana dallo spirito della Shareholders Rights, la direttiva europea del 2007 poi aggiornata, che chiede di favorire il coinvolgimento. La proposta del Governo intende rilanciare le quotazioni, vuole togliere vincoli burocratici, rendere più attrattiva la vita delle società a listino. Anche se non esplicitamente, la proposta sembra dare continuità alle assemblee poco frequentate come se l’emergenza sanitaria fosse ancora latente. Nel testo licenziato a ottobre si prevede che “in mancanza di un’opzione statutaria espressa, le modalità di svolgimento della riunione assembleare sono decise dall’organo amministrativo il quale può prevedere che l’assemblea si svolga esclusivamente mediante mezzi di telecomunicazione ovvero che l’intervento e l’esercizio di voto avvengano esclusivamente tramite rappresentante designato”.
Tocca alla società e al suo statuto calibrare la partecipazione fisica dei soci. Che non sono pochi. Come in due società molto amate dai privati possessori di un limitato numero di azioni: per Generali la quota posseduta da azionisti retail arriva al 20% con circa 147mila soggetti di cui 140 mila con un massimo di 10mila titoli. Anche Enel può contare oltre mezzo milione di piccoli azionisti per una quota non lontana dal 20% del capitale. Le decisioni societarie, ovviamente, passano altissime nella convergenza tra grandi soci e investitori istituzionali. Il rispetto dei piccoli comproprietari, perché tali sono gli azionisti diffusi, consiglierebbe di lasciar loro qualche spazio nel dibattito “vero”. Quello che nasce dalle domande e dalle risposte senza rete, non quelle inviate alcuni giorni prima per posta.
Ora non si parla più di consenso (o dissenso) maturato nel dibattito assembleare che è stato un mantra per molti decenni. Tutto è organizzato dagli uffici societari e legali. Le quotate si sono tolte di mezzo anche i “professionisti d’assemblea” (nei casi più evidenti “disturbatori d’assemblea”) che sfruttando le pieghe dei regolamenti assembleari monopolizzavano il microfono con battaglie tanto lunghe quanto improduttive per la platea. Gli statuti possono prevedere quote di possesso azionario per partecipare alle assemblee e nei casi più selettivi si può arrivare fino all’1 per mille del capitale, un investimento che non è alla portata di tutti. Il consiglio di amministrazione preferisce evitare il bagno di popolo anche se sa benissimo che i problemi non nasceranno da piccoli azionisti critici ma semmai dai fondi attivisti che mettono sotto pressione il management con acquisti e vendite, accompagnate da comunicati stampa, staff di legali e analisti in grado di sostituire uomini e scelte societarie.
Qualche apertura ai diritti dei piccoli azionisti potrà arrivare dall’Unione Europea che già a maggio aveva messo in mora (due mesi per rispondere) l’Italia per una non corretta interpretazione dell’indicazione comunitaria. Anche la Consob ha fatto capire che le disposizioni emergenziali non sono il massimo per quella occasione di massima democrazia societaria che è l’assemblea annuale. Per ora le porte, chiuse dal Covid, restano serrate. Il dibattito è ordinatissimo. Fin troppo.












