“… pirchì cimiava avanti e narrè?” (Il Re di Girgenti pag. 106).
Quando è all’opera la fervida penna di Andrea Camilleri non può fare a meno del suo personalissimo conio e questo “cimiava”, senza nessuna corrispondenza semantica con il siciliano “cimiari” è chiaramente una neoformazione che ha, invece, il senso di “ondeggiare” come le cime degli alberi mosse dal vento. Un corposo glossario commentato sul lessico dell’autore empedoclino è stato ricavato dall’analisi di quattro suoi romanzi (Il corso delle cose (1978); Un filo di fumo (1980); La stagione della caccia (1992); Il re di Girgenti, 2001) e costituisce il nucleo della tesi di laurea di Elisa Insalaco, seguita dal professor Giovanni Ruffino, ordinario di Dialettologia Siciliana all’Università di Palermo e Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia.
Le voci lessicali isolate dai testi hanno evidenziato l’uso, accanto all’italiano, di dialettalismi, di regionalismi, meridionalismi e termini riconducibili alla categoria dell’italiano popolare, senza dimenticare appunto una certa ricorrenza di neologismi e neoformazioni camilleriane.
Nello studio della casa natìa di via La Porta a Porto Empedocle, dove torna quando può in estate, lo scrittore custodisce il già ricco repertorio di tesi di laurea sulla sua opera e lì ha ricevuto la concittadina Elisa Insalaco per parlare con lei della sapiente mescola di ingredienti dalla quale nasce il suo originale linguaggio. E’ nato come lui stesso ha spiegato da “una certa mancanza mia, cioè a dire, l’impossibilità di adoperare la lingua. Se dovevo dire cose per linee generali, adoperando l’italiano ce la facevo benissimo; ma se dovevo entrare in alcuni dettagli, l’italiano non è che non mi bastasse, mi bastava benissimo, solo che io non sapevo adoperarlo. Se invece potevo scrivere immettendo non solo parole, ma addirittura costruendo una struttura sintattica siciliana, riuscivo a raggiungere il massimo delle mie possibilità. “Però c’era il dubbio” di come veniva percepito quel linguaggio: “allora è stato un lavoro molto serio, molto accorto, di dosaggio nel rapporto lingua dialetto, senza cadere, all’inizio, in un certo eccesso di dialetto, poi, via via mi sono rinfrancato, ma questo è un discorso posteriore”. La lingua dei suoi romanzi è stata notevolmente influenzata dice dal suo “ certo gusto” particolare, “di alcuni vocaboli dialettali desueti, ormai fuori uso”, che aveva ancora prima di cominciare a scrivere. Anche con i suoi amici, parlava in questo modo. “Io non dicevo mai “calà u ventu”, dicevo “abbacà u ventu” o ad esempio “un ti cataminari” invece di “un ti moviri” e, nel far questo, mi divertivo molto”. E poi c’è il mezzadro Minico con il quale stava in spesso compagnia da piccolo quando andava in campagna: “mi raccontava storie in siciliano e adoperava parole, verbi, locuzioni che non appartenevano all’uso del nostro dialetto che era piccolo-borghese, né contadino né marinaro. Erano codici diversi e a me piaceva tanto mischiarli”.













