Niente sesso siam mafiosi. Una sveltina con l’amante alla bisogna, giusto perché “masculi” siamo e nessuno s’azzardasse a dire il contrario. E’ un mondo quasi a-sessuato quello di Cosa Nostra dove il detto “cumannari e megghiu ri futturi” (comandare è meglio di fare l’amore) sembra essere preso alla lettera, in un “processo di sublimazione psicoanalitico”.
Lo sa bene Girolamo Lo Verso, ordinario di Psicologia clinica all’Università di Palermo, che i mafiosi li studia da oltre un decennio, ci ha scritto tre libri, fatto tesi e ricerche di vario genere. Ne ha scandagliato pensieri e comportamenti dal suo punto di vista soffermandosi anche sulla sessualità. L’uomo d’onore è troppo impegnato a gestire il potere per occuparsi di altro anche se ha ovviamente rapporti sessuali.
Il pentito C., intervistato con altri sei dal professor Lo Verso nel suo ultimo libro “La Psiche mafiosa” (febbraio 2003), delinea in questi termini il carattere “istituzionale” del sesso con la moglie: “se parlano del rapporto con la moglie – racconta il collaboratore riferendosi a due fratelli capimafia del quartiere Brancaccio di Palermo – non parlano mai direttamente del rapporto sessuale e ti dicono ‘tu devi rispettare a tua moglie’, rispettare non si riferisce al rispetto normale ma rispettarla a letto che per loro significa ‘stai attento tu, non è che devi fare cose che…, perché chiddu (quello) chi si fa con i pulle (prostituite), nun si fa cu’ i mugghieri (mogli)”.
Le relazioni con le amanti, intese come donne facili di cui si può parlare con gli altri uomini, sono vissute come una forma di dominio e potere più che come relazioni passionali e sensuali. “Rapporti segnati a quanto ci risulta – spiega il docente universitario – da un erotismo frettoloso, di tipo narcisistico”.
Il rigido codice della mafia siciliana impone all’uomo d’onore di presentarsi come una persona controllata, non passionale, fedele alla famiglia e alla moglie. Se dovesse abbandonare il tetto coniugale rischierebbe seriamente di essere espulso dall’organizzazione.
Il pentito S., che in Cosa Nostra assolveva a un ruolo se così si può definire “politico”, ricorda che molti dei suoi amici e conoscenti mafiosi avevano “tre amanti, quattro case…”. Relazioni in cui erano coinvolte anche ragazze e donne del mondo dello spettacolo e nelle quali “il piacere dell’esibizione”, dell’ostentazione superava “il fatto veramente carnale, passionale…”
Le amanti più volte sono state l’esca che ha portato le forze dell’ordine alla cattura di latitanti anche di un certo calibro. Pure di fronte all’evidenza più schiacciante di un boss palermitano della provincia, arrestato seguendo i movimenti della sua amante, é successo che moglie, madre e sorella andassero a piazzarsi davanti alla Questura di Palermo urlando e agitandosi non tanto per affermare l’innocenza del loro congiunto ma per contestare “l’infamità” dei giornali che gli avevano attribuito un amante, quando si trattava, invece, di una semplice cugina che era andata a trovarlo. Insomma il mafioso non deve fare il gallo con le donne. Guai a dare nell’occhio. Un pentito, che era alle strette dipendenze di un grosso boss corleonese, rievoca le pesanti critiche per la sua vita da single, uno stile che non si confaceva al suo ruolo. Gli dicevano in tono perentorio: “non devi andare in discoteca, non devi farti vedere sempre con donne diverse, non devi sembrare un ‘fimminaro’… “Questo modo di vivere la sessualità – secondo Girolamo Lo Verso – appare in antitesi con la cultura siciliana che dell’interesse per la sensualità femminile é stata, invece, intrisa. Ne é un esempio tipico il modello del Don Giovanni in Sicilia di Vitaliano Brancati”.
Il collaborante C. gestiva un locale a Palermo, era separato e faceva la bella vita ma i fratelli G., che rimuovevano del tutto la cessazione del legame coniugale, non gli raccomandavano altro: “tu, siccome sei sposato, i problemi che hai sono problemi tuoi, però tu non devi farti vedere con altre donne. Se lo devi fare, fallo ‘ammucciuni’ (di nascosto)”.
Uno dei fratelli, a detta del pentito intervistato, aveva un bellissima ragazza ma siccome era impegnato ad esercitare e affermare il suo potere si vedeva con lei soltanto ogni quindici, venti giorni tra il sabato notte e la domenica. Il collaboratore di giustizia conosce la storia perché prestava al boss un suo appartamento. Quando i fratelli G. frequentavano il suo locale C. mandava al loro tavolo delle belle ragazze che venivano spesso respinte perché – come racconta il pentito – preferivano rimanere a parlare tra di loro “omini su come distruggere la vita della gente”. Però se lo vedevano ballare con le ragazze erano pronti a guardarlo storto. Questo restare tra uomini richiama i gruppi pre-adolescenziali dello stesso sesso ma rivela soprattutto il carattere profondamente tribale di Cosa Nostra, dove maschile e femminile sembrano essere realtà separate eppure perfettamente convergenti per creare un equilibrio funzionale.
La mafia, in quanto fondamentalismo allo stato puro, è una realtà monolitica in cui organizzazione, famiglia e identità coincidono pesantemente. Ciò che conta é il “noi”. L’uomo d’onore non ha un’identità soggettiva, si riconosce esclusivamente nel gruppo e giustifica ogni sua azione in funzione di esso. E se c’é una cosa che un sistema del genere non può tollerare in alcun modo é l’omosessualità, che con “sbirri” (forze dell’ordine) e comunisti formano la triade dei nemici giurati di Cosa Nostra.
“Dal loro punto di vista i mafiosi – spiega Lo Verso, che ha scritto l’ultimo libro insieme al ricercatore Gianluca Lo Coco – vedono il gay come uno senza identità, vizioso, femminile, in preda ai capricci e quindi inaffidabile, un traditore. Per questi motivi la devianza sessuale merita di essere punita con la morte”. L’omossessualità è una scelta che differenzia, che definisce l’ identità personale assente nel mafioso.
Questa scelta di differenziazione è proprio il paradigma della vicenda di Francesco, 17 anni, ultimo di tre figli maschi di una potente famiglia mafiosa trapanese, decimata negli ultimi anni da uccisioni e arresti. Il fratello maggiore è latitante, l’altro che sembra avere preso il posto del padre vive lontano dalla famiglia. La madre aveva riversato sul ragazzo tutte le attenzioni per sottrarlo a quel mondo di morte e violenza barbara. Al primo approccio con la terapeuta dell’Ausl, Francesco racconta di essere da diversi mesi in preda a un angoscia che non lo fa più vivere, pensa spesso al suicidio, ha scoperto di essere omosessuale, di provare attrazione per un suo giovane professore. La convinzione che tutti sappiano della sua omosessualità lo porta a frequenti scoppi di rabbia. Anche solo una battuta a doppio senso sull’argomento diventa la conferma che il suo segreto vergognoso é stato scoperto. “Forte e Debole – dice Graziella Zizzo, la psicoterapeuta che ha seguito il giovane – sono termini ossessivamente presenti nella sua vita. Nel contesto mafioso vige l’imperativo ‘o sei come noi o sei solo un incapace, un debole, una nullità’. Perciò la convinzione di essere omosessuale, l’onta e il disonore più grave di cui possa macchiarsi un uomo nel mondo mafioso, nasceva dalla difficoltà-rifiuto ad assumere il ruolo maschile imposto da quella tradizione. Era una copertura di quella parte di sé ritenuta fragile e confusa, dunque da nascondere sia alla famiglia paterna, sia ai coetani ma anche alla madre che pur proponendogli un copione esistenziale diverso da quello mafioso lo vuole comunque forte, coraggioso, sicuro di sè, capace di affermarsi”.













