Studiare? Ma per chi, per cosa? Per poche centinaia di euro al mese (talvolta in nero) quando va bene? Scoramento e depressione per le vittime dello sfruttamento alfabetizzato. Strisciante e soprattutto mortificante. Se ne parla poco e non scandalizza, ma è prassi consolidata nel nostro Paese, mascherata sotto forma di stage, apprendistato, collaborazione, prestazione occasionale, tirocinio, contratti a progetto, co.co.co..
Questione di affollamento, forse. In Italia c’è un architetto ogni 550 abitanti, in Gran Bretagna uno ogni 7500. Il 30% degli architetti di tutta l’Unione Europea viene dal belpaese. Di nuovi avvocati ne vengono abilitati circa 15 mila l’anno. Tanta gente continua a iscriversi in Giurisprudenza, ma l’Università non dà le conoscenze sufficienti per tuffarsi nell’attività lavorativa. Il voto di laurea non conta, è gradito, invece, esser figlio, magari, di un affermato commercialista, avvocato o architetto. Insomma si può abitare ai margini per tanto tempo. Troppo. Una rilevazione statistica dell’Università di Palermo ha registrato che su quattromila laureati intervistati, il 40% fra gli avvocati e il 36% fra gli architetti lavorano in nero. Com’è stato per Luca, 40 anni, che a Bagheria prova a crearsi una clientela per il suo studio legale dopo anni di sfruttamento: “consultavo i clienti, partecipavo alle udienze e redigevo atti giudiziari, ma la retribuzione era simbolica e a discrezione. Nei due anni e mezzo di pratica non sono stato pagato più di due volte”. Poi il salto in citta. A Palermo un noto professionista gli offre ben 800 mila lire al mese, pagati per il 50% dalla Regione attraverso i Piani di inserimento professionale. Finita la manna del finanziamento è il disastro: “in un anno 1.200.000 lire in tutto, con 50 chilometri al giorno in auto per andare dal paese in città. Così ho detto basta e ho deciso di aprire uno studio in proprio. Ma per uno che si oppone a questi abusi, mille sono disponibili ad accettarli. Le norme a tutela di praticanti e avvocati esistono, ma tra me e l’affermato titolare dello studio a chi darebbe ragione l’Ordine?” Abbiamo provato a chiederlo a Giuseppe Bruno, avvocato da cinque generazioni, consigliere segretario dell’Ordine degli avvocati di Palermo, che insegna anche Diritto ecclesiastico all’Università. E si vede: “Questi praticanti dovrebbero ringraziare Dio che uno se li prende. Perché la verità è che all’Università non insegniamo un cavolo! Uno si laurea e deve cominciare a studiare. Noi gli offriamo la possibilità di fare ricerca giurisprudenziale, di seguirci quando facciamo le cause: considerarci dei datori di lavoro è un errore. L’avvocato può decidere di dare qualcosa ogni tanto, ma ad libitum, come regalìa. La legge non prevede uno stipendio e anzi sa che le dico? Se il Parlamento ne facesse una che per obbligarci a pagare i praticanti, io a quelli del mio studio, a cui non ho mai dato niente, gli direi: arrivederci e grazie”. Difficile ipotizzare una legge del genere: con 76 avvocati tra deputati e senatori, rimane solo una strada: “il praticante che si sente sfruttato da un negriero – conclude Bruno – intenti una causa di lavoro. Oppure, se ne torni a casa”. In realtà un’ipotesi di riforma è allo studio e prevede di sostituire i due anni di praticantato con l’iscrizione a Scuole forensi (a pagamento).
E gli architetti? L’esordio post-laurea di Rita è stato un concorso di progettazione non andato in porto. Ergo neppure un rimborso spese. Inghiottito il primo boccone amaro, approda “in uno studio di progettazione affermato, mi trattavano dignitosamente ma mi pagavano solo 12 mila lire l’ora”. Ci resta tre anni, con una parentesi in un altro studio, buone commesse, agganci e giro di soldi pari solo alle promesse. Di concreto “appena 10 mila lire l’ora e dovevo rispondere al telefono, consegnare, ritirare la posta e i pacchi”. Alla fine Rita ha scelto di insegnare a scuola: precariato si, ma almeno “ho uno stipendio sicuro”.
Daniela Volpi, presidente dell’Ordine degli architetti di Milano, riconosce che lo sfruttamento esiste “ma so per certo che vi sono anche molti neolaureati che, senza nessuna capacità ed esperienza, credono di avere diritto a uno stipendio fisso. Tutti, all’inizio della nostra professione, siamo stati “sfruttati” dai nostri maestri, pagati poco o molto poco, ma in cambio abbiamo anche imparato, come nelle vecchie botteghe rinascimentali, e questo comporta un impegno e un costo”. Agli invisibili non resta che leccarsi le ferite: “l’Ordine non può intervenire sui singoli episodi se non in seguito a precise denunce o esposti – precisa Volpi – però cerca di affrontare il problema a monte, con delle convenzioni di tirocinio con le Università e predisponendo contratti tipo che riconoscano ai tirocinanti il giusto compenso. Però, in tutti i casi di sopruso vi è una specie di connivenza da parte del soccombente. Se tutti si rifiutassero di lavorare senza essere pagati il fenomeno scomparirebbe da sé”.












