L’astensionismo è diventato uno dei mali cronici della democrazia italiana. Non è più soltanto un dato statistico: è un sintomo profondo di sfiducia, distanza, disillusione. Si vota meno perché si crede meno. E si crede meno perché la politica appare sempre più lontana dalla vita reale delle persone.
Da anni analisti, commentatori ed esperti si esercitano nel descrivere il fenomeno e nel proporre rimedi. Eppure, i risultati restano deludenti. Le urne continuano a svuotarsi mentre il dibattito pubblico si riempie di parole spesso scollegate dai problemi concreti dei cittadini.
E se la soluzione fosse più semplice di quanto immaginiamo?
In Sicilia, dove ogni anno oltre 11 miliardi di euro alimentano il circuito economico della sanità, esiste un terreno concreto su cui ricostruire il rapporto tra cittadini e istituzioni: quello dei pronto soccorso. Luoghi simbolo delle inefficienze, ma anche della resilienza quotidiana di operatori e pazienti.
L’idea è tanto semplice quanto rivoluzionaria: introdurre per legge l’obbligo, per il presidente dell’Assemblea regionale e per il presidente della Regione, di visitare ogni settimana – in incognito e separatamente – un pronto soccorso diverso dell’isola. Non visite ufficiali, non passerelle mediatiche, ma immersioni reali, anonime, nella quotidianità del sistema sanitario.
Sedersi tra i pazienti. Ascoltare le attese, le frustrazioni, le storie. Osservare da vicino il lavoro spesso eroico del personale sanitario. Toccare con mano disorganizzazione, carenze, ma anche soluzioni possibili che non richiedono miracoli, bensì buon senso e capacità gestionale.
A queste visite dovrebbe seguire un momento istituzionale altrettanto importante: una relazione settimanale in aula, distinta e indipendente, in cui ciascun rappresentante riferisca ciò che ha visto e vissuto. Un esercizio di responsabilità, ma anche di trasparenza.
Un meccanismo del genere produrrebbe almeno tre effetti.
Primo: costringerebbe la politica a confrontarsi con la realtà, fuori dai palazzi e lontano dai filtri burocratici.
Secondo: restituirebbe dignità e visibilità ai problemi quotidiani della sanità, sottraendoli alla logica emergenziale e spettacolare.
Terzo: invierebbe ai cittadini un segnale potente. Vedere – o anche solo sapere – che chi governa condivide, almeno per qualche ora, gli stessi disagi può ricostruire un legame oggi logorato.
Non si tratta di una soluzione miracolosa. Ma proprio per questo è credibile. Perché non promette rivoluzioni faraoniche, bensì piccoli gesti concreti e ripetuti nel tempo. Ed è proprio nella continuità che può nascere il cambiamento.
Forse la politica non tornerà immediatamente a riempire le urne. Ma potrebbe iniziare a riavvicinarsi alle persone. E, in fondo, è da qui che ogni democrazia dovrebbe ripartire.
Di Riccardo Compagnino, economista, esperto di finanza pubblica










